Oltre alle ripercussioni sanitarie, economiche, politiche e finanziarie, questo periodo avrà sicuramente dei risvolti anche sul piano sociale. Almeno nel breve termine, la nostra vita non tornerà velocemente alla normalità: si continueranno ad osservare misure di prevenzione, quali il rispetto della distanza di sicurezza, e dovranno essere evitati assembramenti e luoghi affollati. Permarranno, inoltre, le paure e le ansie che stanno fortemente caratterizzando questo periodo e che stanno lasciando un segno più o meno indelebile.

Oltre al cambiamento dei nostri atteggiamenti e delle nostre abitudini, ci potrebbero essere anche cambiamenti indotti dalle scelte che saranno state prese per uscire da questa situazione di emergenza. La pandemia è temporanea, ma le misure di emergenza adottate durante la pandemia non necessariamente saranno solo temporanee, e potranno segnare uno spartiacque nel modo di organizzare la nostra società.

Come evitare una nuova ondata di contagi durante la fase 2?

Il governo italiano sta studiando tutte le misure da attuare per far ripartire l’Italia, ovvero per la cosiddetta fase 2. Tali misure devono tener conto che il periodo che verrà sarà forse ancora più delicato e cruciale di quello che stiamo vivendo. In particolare, al centro dell’attenzione c’è la necessità di impedire che una riapertura rapida e imprevidente possa far divampare una nuova ondata di contagi, vanificando tutti gli sforzi fatti fino ad ora e ritornando così di punto in bianco. Per questo si sta considerando una ripresa scaglionata delle attività lavorative e, tra le misure che il governo ha intenzione di adottare, riveste un ruolo importante soprattutto il contact tracing [1], ovvero monitorare i postivi al Coronavirus e impedirne il contatto con altre persone. Soluzioni del genere sono state già prese da altri Paesi, come in Cina e in Corea del Sud, con una invasività e un rispetto dalle privacy più o meno accentuate, e anche altri Paesi Europei stanno valutando di adottare misure analoghe.

In Italia, per fare ciò, Domenico Arcuri, il commissario straordinario per l’emergenza sanitaria, ha scelto l’app, chiamata “Immuni”, sviluppata dalla S.p.a. milanese Bending Spoons[2].

I fondatori di Bending Spoons, start up che ha creato Immuni.

Come funzionerà Immuni

L’app “Immuni” sarà scaricabile in modo volontario, quindi non vi è alcun obbligo del suo utilizzo da parte dei cittadini. L’applicazione andrà scaricata sul proprio cellulare e si baserà sulla tecnologia Bluetooth. Come funzionerà nel dettaglio non è ancora stato chiarito, anche se sono note alcune informazioni più generali: attivando il Bluetooth sul proprio smartphone, questo potrà “dialogare” con i dispositivi delle persone con cui si entra in contatto. Sul cellulare e sulla app si aggiornerà in automatico una sorta di diario del contagio. In questo modo chiunque potrà sapere se è stato in contatto con una persona affetta da Covid-19 tramite un alert, in cui non viene rivelata l’identità del malato.  Ricorrendo al contact tracing, quindi, si può cercare di contenere, schermare e ridurre i contagi attraverso un sistema funzionale e rapido: se una persona dovesse ammalarsi di Covid 19, quelle persone con cui è venuta a contatto per abbastanza tempo per poter essere contagiate sono avvisate di dover fare il test per verificare la loro positività al coronavirus.

La questione della privacy e le sue controversie

Le regole fissate dall’Unione europea per il tracciamento sono ferree: “No alla geolocalizzazione, sì alla tecnologia bluetooth, anonimato e volontarietà”. Nella exit-strategy[3] elaborata dalla Commissione Europea e rivolta agli Stati membri dell’Ue, Bruxelles specifica che l’utilizzo di queste piattaforme mobili “dovrebbe essere volontario per le persone, in base al consenso degli utenti”, ed è consentito solo “nel pieno rispetto della regole della privacy europea e della protezione dei dati”. La raccolta delle informazioni personali, inoltre, deve avvenire in forma “anonima e aggregata” e gli utenti “dovrebbero mantenere il controllo dei propri dati quando utilizzano le app di tracciamento”.

In particolare, dall’app Immuni vengono rispettate le regole riguardanti la volontarietà e l’anonimato. Ma tra le caratteristiche dell’app che sono argomento di un vasto dibattito e di numerose critiche ci sono quelle concernenti la privacy e la gestione dei dati raccolti. Infatti, tra le funzionalità che possono essere integrate nell’app ci possono essere due possibilità: quella per cui la lista dei contatti non viene condivisa all’esterno ma rimane salvata solo sul proprio smartphone, e quella per cui i dati raccolti dal proprio smartphone vengano accumulati su un cloud generale. Al momento non è ancora chiaro quale soluzione verrà adottata dall’app Immuni ma è evidente che dalla differente scelta tra queste due possibilità dipende la garanzia della privacy e del rispetto delle norme sulla protezione dei dati personali.

Quello della gestione dei dati è un argomento sottile e delicato e di ulteriore importanza se si pensa alla straordinarietà dell’emergenza che stiamo sperimentando: infatti, se la gestione dei dati non fosse decentralizzata, chi avrebbe la facoltà di raccoglierli avrebbe a sua disposizione un’enormità di dati mai vista prima, tra cui non solo quelli sui contatti fra i dispositivi (le persone) e (probabilmente) i loro spostamenti, ma pure quelli di tipo sanitario. Questi dati, oltre a poter essere utilizzati per fini indebiti, potrebbero anche essere bersaglio di eventuali malintenzionati intenti a sfruttare un’esposizione così elevata di dati personali, dando luogo a una inaudita e pericolosa violazione della privacy (basti pensare al recente e imbarazzante data-breach di cui è stata vittima l’Inps durante le richieste per il bonus da 600 euro[4]). Inoltre, una scelta del genere creerebbe un importante precedente di cui si potrà avvalere come lasciapassare per adottare una misura simile, se non ancora più invasiva, anche in futuro, dando inizio a una nuova stagione in cui tracciamento e monitoraggio dei cittadini siano all’ordine del giorno.

Quindi, Immuni sì o no?

Il monitoraggio centralizzato e le dure punizioni come le multe salate non sono l’unico modo per far sì che le persone rispettino le linee guida benefiche. Quando le persone vengono informate dei fatti scientifici e quando le persone si fidano delle autorità pubbliche, i cittadini possono fare la cosa giusta anche senza un Grande Fratello che vegli sulle loro spalle. Una popolazione auto-motivata e ben informata è di solito molto più potente ed efficace di una popolazione ignorante e controllata. Tuttavia, le app di tracciamento possono aiutare a interrompere le catene di contagio in modo più rapido ed efficiente rispetto alle misure generali di contenimento, riducendo il rischio di diffusione massiccia del virus e, conseguentemente, risultando come un elemento importante nella strategia d’uscita dal lockdown, includendo l’integrazione di altre misure come l’aumento delle capacità di test.  Abbiamo a nostra disposizione un’elevata quantità di tecnologie che possiamo e dobbiamo utilizzare a nostro beneficio per combattere più efficacemente il virus.        

L’epidemia di coronavirus sarà quindi un importante test di cittadinanza: nei giorni a venire, ognuno di noi dovrebbe scegliere se fidarsi della tecnologia oppure non fidarsi. L’importante è che la scelta sia motivata e guidata da dati scientifici e dall’opinione di esperti sanitari ed  informatici piuttosto che da infondate teorie della cospirazione e da politici millantatori. Se non riusciamo a fare la scelta giusta, potremmo ritrovarci a rinunciare alle nostre più preziose libertà, pensando che questo sia l’unico modo per salvaguardare la nostra salute, oppure a salvaguardare le nostre libertà rinunciando alla salute e ricadendo in una fase acuta del contagio.

Libertà e salute non per forza si escludono a vicenda, anzi. Chiedere alle persone di scegliere tra privacy e salute è, in effetti, la vera radice del problema. Perché questa è una scelta falsa. Possiamo e dobbiamo godere sia della privacy che della salute. Possiamo scegliere di proteggere la nostra salute e fermare l’epidemia di coronavirus non istituendo regimi di sorveglianza totalitaria, ma piuttosto dando potere ai cittadini e attraverso tecnologie che comunque tutelino la privacy.            

Perché l’app Immuni sia efficace, fa sapere il Ministro dell’innovazione tecnologica e della digitalizzazione, dovrà essere scaricata e installata almeno dal 60% degli italiani. In questo momento storico siamo chiamati a fare una scelta per perseguire interessi collettivi, che sono sia il diritto alla salute che la tutela della privacy. Solo se li perseguiamo tutti insieme, in modo solidale, riusciremo a combinare salute e privacy e a fare in modo che non si escludano a vicenda, centrando così l’obiettivo finale: porre fine a questa emergenza che, per quanto drammatica, è solo una parentesi, la cui lunghezza dipende solo da noi. Per raggiungere un tale livello di conformità e cooperazione, c’è bisogno di informazione e di fiducia. Fiducia nella scienza, fiducia nelle autorità pubbliche e fiducia nei media. Ma, soprattutto, fiducia nella nostra capacità di fuoriuscire dai momenti di difficoltà a testa alta.

[Articolo di Michele Minervini]

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