Per l’opposizione è una sconfitta, per la maggioranza un passo importante: chi si siederà al banco degli imputati?

Per l’opposizione è una sconfitta, per la maggioranza un passo importante: chi si siederà al banco degli imputati?

Dopo una prima sospensione, la riunione di giovedì scorso dei ministri delle finanze degli stati afferenti alla zona euro ha decretato la bozza delle misure proposte che l’Unione Europea metterà a disposizione dei paesi che avranno bisogno di ulteriori fondi oltre a quelli già stanziati a livello nazionale. Questo pacchetto varato dall’Eurogruppo sarà discusso dal Consiglio Europeo il prossimo 23 Aprile. 

Questa data potrebbe rappresentare un vero e proprio spartiacque per il futuro e la credibilità stessa dell’Unione Europea, poiché le parti che compongono la seduta (stati del nord e stati del sud Europa) saranno divisi per gli obiettivi che perseguono.

Se il Consiglio approverà queste proposte, solo allora i paesi ne potranno fare richiesta per accedere agli aiuti. Quindi no, non è stato firmato alcun MES. Nonostante il polverone inutile alzato dalle forze sovraniste italiane e le chiacchiere da bar, cerchiamo di capire nel dettaglio le misure economiche che l’UE potrebbe disporre se la bozza fosse approvata:

BEI

La Banca Europea per gli Investimenti (BEI) disporrà delle linee di credito agevolate alle imprese (non agli stati) per sostenere la liquidità di cassa. Infatti, il 3 Aprile la BEI ha presentato un pacchetto di interventi sostanzioso, accolto successivamente durante la seduta virtuale dall’Eurogruppo. Il piano proposto prevede la creazione di un fondo di garanzia finanziato dagli stati dell’UE sulla base della loro partecipazione al capitale sociale della BEI. L’ammontare complessivo del capitale sociale è di circa 249 miliardi di euro, e l’Italia vi partecipa per il 18,9%. Difatti la BEI, con la garanzia del fondo creato dagli stati, attingerà dal mercato finanziario i fondi necessari attraverso l’emissione di obbligazioni. Infatti, queste rappresentano una sorta di Eurobond, poiché il fondo è creato dalle risorse erogate da parte di ogni stato, ma con disponibilità limitate. Secondo la BEI, questo fondo può sostenere prestiti per 200 miliardi complessivi. Attraverso queste disponibilità, la BEI può, tra le altre operazioni, supportare le piccole e medie imprese. I fondi verranno erogati alle banche commerciali che, forti delle garanzie che ogni stato ha apposto su quei soldi tramite il fondo, dovranno concedere credito agevole per le imprese, prestando denaro a condizioni favorevoli.  Questa misura è volta a sostenere l’offerta di mercato, affinché le imprese possano continuare a produrre ed investire. La critica mossa per questa misura si esplica nell’inefficienza che gli aiuti potrebbero avere nel breve periodo. 

SURE

Il fondo “anti-disoccupazione” della Commissione europea (il cosiddetto SURE) per sostenere la cassa integrazione per disoccupati, lavoratori autonomi e imprese che non licenzieranno i lavoratori: un sostegno ideato per sostenere la domanda globale e quindi i consumi, onde evitare il tracollo della produzione e del sistema economico. Questo fondo dovrebbe avere una dotazione pari a 100 miliardi di euro. Ma, nella bozza redatta dall’Eurogruppo, si legge come “questi soldi non siano europei”. Infatti, saranno fondi raccolti dalla Commissione stessa sui mercati finanziari con l’emissione di specifici titoli. Affinché la procedura vada in porto, la Commissione chiederà delle garanzie ai 27 paesi pari a 25 miliardi di euro. Successivamente, ogni stato potrà prendere in prestito a condizioni favorevoli la cifra di cui ha bisogno per sostenere i costi di sostegni al reddito. Quindi il ricorso della Commissione al mercato per finanziarsi, emettendo titoli, sarebbero garantiti dagli stessi Stati membri. Lo Stato che ne avrà bisogno dovrà fare esplicita richiesta e la Commissione verificherà l’ammontare di spesa pubblica direttamente legato allo schema di sostegno al reddito e di conseguenza il prestito necessario, la durata, il tasso d’interesse.
Alla fine, la Commissione presenterà la proposta dello stato richiedente al Consiglio, a cui spetterà la decisione finale. 
I tre maggiori beneficiari del SURE (in prima fila Italia e Spagna) potranno ricevere massimo il 60% del totale dei prestiti messi a disposizione, quindi per un ammontare complessivo di 60 miliardi di euro. La sua capacità potrebbe risultare insufficiente per rispondere in modo assoluto all’emergenza. Inoltre, i fondi messi a disposizione non sono dei trasferimenti, ma prestiti, che saranno ripagati (si suppone a tassi vantaggiosi), ma che aumenteranno indiscutibilmente il debito pubblico dei paesi richiedenti.

MES

La proposta di una nuova linea di credito per il tanto discusso Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), che non prevede alcuna condizionalità su aggiustamenti macroeconomici in futuro, soltanto per gli interventi posti in essere per fronteggiare le spese sanitarie e attivabile da qualsiasi paese lo richieda. La “Pandemic Credit line” può finanziare il paese richiedente fino al 2% del PIL. Quindi, se l’Italia nei prossimi tempi decidesse di attingere risorse dal MES, potrebbe essere finanziata fino ad un massimo di 35 miliardi di euro. Mentre, se gli stati richiedessero le risorse per sostenere la ripresa economica, questi sarebbero sottoposti alle condizionalità sulla spesa che questo ente prevede. 

Si tratta di misure di austerity molto stringenti che sfavorirebbero la crescita economica dello stato nel lungo periodo. Ma, nonostante questa proposta, sussistono alcune perplessità sulla mancanza di condizioni espressi durante la riunione dell’Eurogruppo. Difatti, il MES è a tutti gli effetti una vera e propria banca privata che non rientra negli organi istituzionali dell’Unione Europea (nel 2017 c’è stato un tentativo da parte della Commissione Europea con la modifica dei trattati per far rientrare il MES negli organi competenti europei a tutti gli effetti, ma la proposta è stata bocciata). 

È facile pensare come i fondi prestati saranno successivamente rimborsati. Se al prossimo Consiglio Europeo si decidesse di adottare anche questo strumento senza condizionalità, sarebbe addirittura vietato dai trattati. Questo perché la famosa condizionalità del MES è espressa al paragrafo 3 dell’art. 136 del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE): “gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme e che stabilisce che la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”. 

Normalmente, per accedere al MES senza condizioni si dovrebbe modificare il trattato. E questo può avvenire soltanto con la decisione unanime da parte degli stati membri.
Poiché ci troviamo in una situazione dove urge una straordinaria amministrazione, nel caso in cui si riuscisse a trovare un espediente per accedere effettivamente al MES senza condizionalità, si potrebbe riscontrare un ennesimo problema. Infatti, nel medio periodo, le condizioni del MES posso essere modificate unilateralmente dalle istituzioni europee, come prevede il comma 5 dell’articolo 7 del Regolamento 472 del 2013:
La Commissione, d’intesa con la Bce e, se del caso, con il Fmi, esamina insieme allo Stato membro interessato le eventuali modifiche e gli aggiornamenti da apportare al programma di aggiustamento macroeconomico […] Il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata su proposta della Commissione, decide in merito alle modifiche da apportare a tale programma”.

Sarebbe a dire che i creditori, in qualunque momento, potranno cambiare le condizionalità dei prestiti concessi, avendo dalla loro parte l’articolo di un trattato europeo. Il potere contrattuale tra le parti sarebbe altamente sproporzionato. Inoltre, la somma massima messa a disposizione (35 miliardi di euro) risulta quasi irrisoria rispetto alla criticità della situazione. A questo proposito l’esperienza passata della Grecia deve fare da monito al governo italiano, e non solo.

Ma c’è da specificare una cosa molto importante: i creditori possono imporre le condizionalità al paese che richiede fondi dal MES, solo e soltanto nel momento in cui avviene un nuovo esborso del prestito.
Nel testo dell’Eurogruppo non è specificato in nessuna parte in quante tranche sarà erogato un possibile finanziamento.
Per intenderci, se l’Italia dovesse richiedere denaro al MES, la mancanza di condizionalità avviene in maniera certa e sicura soltanto in un caso: se i 35 miliardi di euro vengono sborsati in un’unica tranche: pochi, maledetti e subito.

E nella bozza dell’Eurogruppo non è specificato nulla in merito.
A questo punto si apre un ennesimo scenario sulla questione del MES, che nelle ultime ore sta rallegrando il dibattito pubblico.
Come spiega l’Eurogruppo, la “Pandemic Credit Line”, la linea di credito poc’anzi descritta che non prevede le condizionalità se utilizzato esclusivamente per le spese sanitarie, è basata sulla già esistente linea di credito precauzionale Enhanced Conditions Credit Line (ECCL), ed è una linea di credito che non è stata utilizzata da alcun paese. Ciò vuol dire che formalmente, il sostegno ai paesi per le spese sanitarie è previsto da questo braccio operativo del MES. Quindi, richiedere gli aiuti per il Covid-19 significa attivare la già esistente linea di credito ECCL. A questo punto si chiamerebbe in causa un altro attore di questa crisi, con sede però a Francoforte: la Banca Centrale Europea. 

Secondo i regolamenti, una volta che uno stato con un alto debito pubblico richiede i finanziamenti dal MES secondo la linea di credito ECCL, il consiglio direttivo della Bce è tenuto a varare gli interventi voluti da Mario Draghi nel 2012, allora utilizzati per bloccare la crisi dell’Euro: le Outright Monetary Transaction (OMT).

Che cosa significa questo? Se oggi un governo chiede al MES l’accesso al prestito anti-pandemia, che è una ECCL, di fatto, mette la Bce legalmente in grado di decidere di comprare i titoli di quello stato su scadenze fra uno e tre anni senza limiti quantitativi prefissati. Questo spiraglio apre la strada ad un ruolo inedito e tanto richiesto della Bce, quale prestatore di ultima istanza: credito allo stato senza rimborso. La decisione di acquistare titoli illimitatamente spetta però sempre al consiglio direttivo della Bce. Quindi, in teoria il paese richiedente beneficerebbe dello scudo della Bce, nonostante il ricorso al MES, al momento, presenta più ombre che luci. Ma l’entrata in scena della Bce dietro all’utilizzo del MES sarà davvero esplosiva com’è presentata dai vari politici? Cerchiamo di addentrarci nei meccanismi delle OMT, da molti considerato come lo strumento più potente in mano alla Bce. 

L’idea di Draghi era acquistare illimitate quantità di titoli di stato facendo percepire verso il mercato finanziario un segnale di sostegno forte al paese, così da diminuire il loro tasso d’interesse perché ritenuti titoli “sicuri”. La conseguente riduzione del tasso avrebbe fatto guadagnare fiducia al paese agli occhi degli investitori finanziari, così da sostenere anche la politica fiscale del paese, tale da richiedere anche autonomamente prestiti sui mercati finanziari con la sua spesa pubblica, ma ad un costo molto minore rispetto al mancato intervento della Bce. Ma, questa misura in passato ha suscitato dei problemi di legalità, sfociato in un conflitto tra la Corte Costituzionale Tedesca e la Corte di Giustizia Europea per due motivi: il primo è che le OMT violano il divieto di finanziamento diretto della Bce agli Stati sul mercato primario (vedasi articolo sulla politica fiscale e monetaria). Il secondo motivo per cui questo strumento viene considerato incostituzionale è perché metterebbe a rischio la sovranità della Germania, esponendola a impegni finanziari eccessivi e contrari ai principi sulla solidità fiscale su cui dovrebbe reggersi il bilancio pubblico.

La decisione finale è stata presa nel 2015 dalla Corte di giustizia Europea, che sentenzia la validità delle operazioni OMT, purché si rispetti un tetto massimo alle operazioni di acquisto verso un singolo Stato Membro ed il rispetto di un periodo minimo fra l’emissione delle obbligazioni da parte dei governi ed il successivo acquisto, cioè il divieto di acquisto dei titoli di stato di prima emissione sul mercato primario. 

Tradotto: la Bce non può svolgere il ruolo di prestatore di ultima istanza, cioè non può trasferire soldi agli stati senza un rimborso, come sostenuto da molti. E gli acquisti non possono essere illimitati, poiché devono rispettare un tetto massimo che ammonta al 33% del debito pubblico totale, in sostanziosa parte già avviato con il PEPP, il programma di acquisti di titoli di stato pari a 750 miliardi di euro da parte della Bce.
Fino ad ora, le operazioni OMT non sono mai state utilizzate proprio perché nessuno stato ha richiesto aiuti alla linea di credito ECCL del MES. A chi spetterà questo giro?

Recovery Fund

L’ultima proposta intavolata dall’Eurogruppo riguarda una misura economica a medio-lungo periodo, finalizzata per la successiva ripresa economica degli stati.

Denominato Recovery Fund, il ruolo principale è quello di stimolare l’economia attraverso dei finanziamenti. Come spiega il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno: “Il quarto pilastro punta ad assicurare che una volta che l’emergenza sanitaria sarà finita, la successiva ripresa economica sia forte, bilanciata e inclusiva”.

Ma da dove saranno reperiti i soldi per creare questo fondo?
L’UE si spacca ancora. Alcuni Stati membri (Sud) sono dell’opinione che dovrebbe essere basato su emissioni comuni di debito (Eurobond), mentre altri (Nord) sono per soluzioni alternative, in particolare sull’emissione di obbligazioni garantite però dal bilancio Ue.
La decisione finale sulle modalità di funzionamento e della disponibilità economica sarà presa direttamente al termine dell’imminente Consiglio Europeo. Ma il vicepresidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis ha rilasciato un’intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt in cui spiega come “questo fondo avrà una disponibilità di circa 1.500 miliardi di euro” aggiungendo però che “l’ammontare non è stato ancora deciso”.

Dombrovskis non ha chiarito come saranno rinvenute queste risorse.
E non è riportata alcuna informazione in merito neanche nel documento finale dell’Eurogruppo, limitandosi a sottolineare quale ruolo dovrebbe svolgere questo fondo.

Conclusione: chi ha vinto? Chi ha perso?

Non abbiamo a disposizione abbastanza informazioni per sostenere un giudizio chiaramente esplicito. Ma una cosa è certa: la bozza redatta dall’Eurogruppo il 9 Aprile riflette in maniera univoca la contrapposizione netta dei rapporti di forza presenti nell’Unione e per questo Il governo italiano non può essere addossato di colpe poiché il problema è strutturale. 

Nonostante il premier Conte abbia ripreso il tema centrale della condivisione del debito da parte di tutti gli stati membri, e quindi l’emissione degli Eurobond, nel testo finale non si fa minimamente cenno di questo strumento. 

L’unico modo per cui si apre uno spiraglio per gli Eurobond ricade sul Recovery Fund, ma come già spiegato le modalità di funzionamento devono essere decise dal Consiglio Europeo. 

Inoltre, il Consiglio sarà tenuto a spiegare in modo chiaro il funzionamento del MES. Nel testo dell’Eurogruppo si legge infatti “disponibilità fin quando la crisi non sarà terminata”. Ma le attività interconnesse con quelle sanitarie saranno valide per evitare le condizionalità? Quale durata avranno i prestiti? Insomma, il diavolo si nasconde nei dettagli.
Il timore è che quello presentato come un piano “bazooka”, possa sparare soltanto acqua e non possa reggere la grande prova di responsabilità che ci prepariamo a sostenere.

Al Consiglio Europeo del 23 Aprile l’ardua sentenza.

Qui il link del documento stilato dall’Eurogruppo:  

https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2020/04/09/report-on-the-comprehensive-economic-policy-response-to-the-covid-19-pandemic/?fbclid=IwAR3_0jN3yh34YnSpxUrTdvvOI_ZD1ZjrmFr46iyqg36jDLzKJHWFab9yTA8

[Articolo di Giuseppe Somma]

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