La Terra sta bruciando

La Terra sta bruciando

La scorsa estate le prime pagine dei notiziari sono state monopolizzate dagli incendi che divoravano l’Amazzonia, invece in questi giorni non si può fare a meno di parlare degli indomabili incendi in Australia.

Insomma, la nostra casa sta andando a fuoco? Gli incendi, prima in Amazzonia, ora in Australia, non sono altro che il campanello di allarme di un ecosistema che si trova sull’orlo del precipizio? O tali incendi, seppur nella loro straordinarietà, non sono altro che un fenomeno ciclico e naturale in cui l’uomo non ha alcuna responsabilità?

Indaghiamo insieme, esaminando nello specifico cosa sta accadendo in Australia in questi giorni.

Cosa sta succedendo in Australia?

L’Australia in questi giorni è imperversata da feroci incendi che da ottobre a oggi hanno percorso e spianato circa 10 milioni di ettari di territorio -una superficie doppia a quella degli incendi del 2019 in Siberia e in Amazzonia combinati, e pari ai quattro quinti di tutte le foreste italiane provocando, inoltre, almeno 26 morti, la distruzione di diverse migliaia di case e la morte di quasi un miliardo di animali. E non siamo che all’inizio dell’estate (le stagioni in Australia sono spostate di sei mesi rispetto alle nostre, quindi ora è come se fosse l’inizio di luglio), perciò queste cifre saliranno ancora, potenzialmente fino a 15 milioni di ettari percorsi dal fuoco e ulteriori vittime.

A cosa sono dovuti gli incendi?

In generale, per l’Australia le statistiche indicano che solo la metà degli incendi ha origine per cause antropiche (contro il 95% a cui siamo abituati in Italia), e in questa metà vanno inclusi anche tutti i roghi di origine colposa e quelli attribuiti a guasti elettrici o ad altre attività umane.
L’altra metà dei casi è invece da imputare ai fulmini, che sono a loro volta correlati ai fenomeni meteorologici e in parte auto-alimentati dall’effetto del fumo dei roghi. Va detto, poi, che in media gli incendi che hanno conseguenze più gravi – in termini di ettari bruciati, di durata e di effetto sugli ecosistemi – sono quelli che si originano in aree remote e meno accessibili e che quasi sempre sono dovuti a fulmini che colpiscono zone aride, così che tali incendi proseguono per giorni senza che i pompieri possano fare granché.

La fase di accensione di un incendio non è però l’unica che conta, ma anzi è solo un tassello di un puzzle ben più ampio. A contribuire alla difficile situazione attuale, infatti, sono soprattutto le complicazioni nel contenimento e nello spegnimento delle fiamme: operazioni ancora più ardue del solito a causa di temperatura (alta) e umidità (bassa), che creano il mix perfetto affinché l’incendio possa propagarsi in condizioni ideali e quasi inarrestabili.

C’entra il cambiamento climatico con gli incendi?

In parallelo alle notizie di cronaca che si rincorrono a proposito della situazione degli incendi in Australia, negli ultimi giorni si è inasprito il dibattito tra due posizioni contrapposte: da un lato c’è chi ritiene (come vedremo, con buone ragioni scientifiche) che un ruolo chiave in questi eventi eccezionali sia da attribuire ai cambiamenti climatici in corso, e dall’altro chi pensa si tratti di responsabilità strettamente individuali, scaricando la colpa su un piccolo numero di persone accusate di aver dato il via alle fiamme.

Anche se lo scenario è complesso – e ha più senso parlare di concause che considerare le due tesi come se una escludesse per forza l’altra – una serie di elementi evidenziati dagli esperti rende chiaro che le anomalie del clima sono molto più determinanti di tutto il resto.

Ecco, in sintesi, cosa dicono gli scienziati in proposito.

Partiamo da alcuni dati di fatto statistici. L’anno appena concluso è stato per l’Australia il più caldo in assoluto (e il secondo a livello globale) da quando si eseguono misurazioni sistematiche. A livello di temperature massime, la media è stata di oltre due gradi superiore rispetto ai valori registrati nelle serie storiche dell’ultimo secolo. Non molto diversa la situazione delle precipitazioni: secondo i dati ufficiali dell’Australian Government Bureau of Meteorology, il 2019 è stato anche l’anno con meno millimetri di pioggia caduti (perlomeno dal 1900 in avanti), e rispetto alla media è venuto a mancare circa un terzo delle piogge. Combinando questa anomalia con il caldo record, è fuor di dubbio che si abbia la condizione più secca in assoluto.

Se fin qui si tratta di dati e statistiche incontestabili, altrettanto assodata dal punto di vista scientifico è la correlazione tra queste condizioni e la maggior devastazione associata agli incendi. Nella vegetazione più secca, infatti, il fuoco attecchisce con più facilità, le fiamme permangono più a lungo, la potenza sprigionata è superiore, gli incendi non si riescono a estinguere con interventi ad hoc e dunque le aree in cui il fuoco si propaga sono più ampie.

Qual è stata la reazione della politica australiana?

Molte critiche si sono concentrate sul governo Australiano, responsabile di non impegnarsi abbastanza per raggiungere i già modesti impegni (riduzione delle emissioni del 28% dal 2005 al 2030) che il Paese aveva contratto volontariamente agli accordi a Parigi del 2015. Il problema principale è che l’economia dell’Australia è fortemente basata sull’estrazione e l’esportazione di carbone (soprattutto verso Giappone – 40% dell’export -, Cina e India), un combustibile fossile la cui estrazione non è compatibile con il raggiungimento degli obiettivi di Parigi per contenere il riscaldamento della Terra al di sotto di 1.5 °C rispetto all’epoca preindustriale. L’industria del carbone impiega quasi 40.000 lavoratori australiani ed è fortemente sussidiata dal governo.

L’attuale governo conservatore, come in altre parti del mondo, è tendenzialmente restio quindi a decarbonizzare l’economia nazionale. Inoltre l’attuale primo ministro australiano, Scott Morrison, è un incallito negazionista, tra l’altro accusato sulle colonne del New York Times di difendere gli interessi delle lobby dei combustibili fossili anziché la sicurezza nazionale.

Ma gli incendi in Australia non sono solo responsabilità del PM Morrison o di chi l’ha eletto, ma di tutte le attività che nel mondo continuano a contribuire all’aumento della CO2 atmosferica – produzione e consumo di energia (30%), trasporti (25%), agricoltura e allevamento (20%), riscaldamento e raffrescamento domestico (15%) e deforestazione (10%) – tutte cose di cui sei responsabile anche tu che leggi, e anche io che scrivo.

Gli incendi hanno già colpito un terzo della popolazione australiana. E quando, tra alcuni mesi, l’emergenza sarà finita, il negazionismo climatico dovrà fare i conti con la realtà. L’Australia è un presagio di quel che rischia di accadere su questo pianeta sempre più caldo, e non c’è niente di normale, niente a cui potersi adattare, se la  crisi climatica continuerà a essere negata o sminuita. In una libreria di Cobargo, una cittadina devastata dalle fiamme dove Morrison, recatosi per visitarla, si è preso dell’idiota, è spuntato un cartello che la dice lunga:

“La fantascienza post-apocalittica è stata spostata nella sezione attualità”.

Turisti a Lake Conjola, una famosa destinazione turistica, si rifugiano sulla spiaggia dalle fiamme
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