LA GUERRA PIÙ GRANDE CHE AFFRONTEREMO È NASCOSTA ALL’USCITA DELLA BATTAGLIA CHE STIAMO COMBATTENDO

LA GUERRA PIÙ GRANDE CHE AFFRONTEREMO È NASCOSTA ALL’USCITA DELLA BATTAGLIA CHE STIAMO COMBATTENDO

La pandemia del coronavirus sta sconvolgendo le piccole e le grandi realtà nel mondo intero. La televisione, ma soprattutto i social networks, quotidianamente pullulano di notizie (più o meno vere), dichiarazioni, pareri e decisioni che sembrano per lo più sfiduciare le persone ad un lento declino di insoddisfazione e perdita di fiducia in generale. Soprattutto perché, soprattutto in questo periodo delicato, se non ti occupi di economia e di politica, saranno queste ad occuparsi di te. 

Noi di Pausacafè vogliamo fare chiarezza su tutte le misure macroeconomiche sostenute e screditate fino ad oggi e quelle ipotizzate per il futuro, con un occhio di riguardo al nostro Bel Paese.

Per combattere la crisi economica, le misure adottate da parte di uno stato sono due: la politica fiscale e la politica monetaria. Quest’ultima non è più di competenza nazionale dal 1999, quando i paesi dell’Eurozona hanno ceduto la propria sovranità monetaria alla Banca Centrale Europea il cui compito principale è quello di stampare ed immettere moneta nell’economia reale. Secondo i trattati, la Banca Centrale Europea non può finanziare direttamente ogni singolo stato e di conseguenza non ha l’autorità di prestatore di ultima istanza, cioè non può concedere credito “gratuito” agli Stati.

La politica fiscale è di competenza dei singoli stati e questa si sostanzia per la spesa pubblica (assistenza sanitaria, assistenza al reddito, creazione di opere pubbliche per aumentare l’occupazione ecc.) e la tassazione. In un momento di recessione economica come quella che stiamo vivendo, affinché l’economia dello stato non subisca una battuta d’arresto completa, la spesa pubblica tende ad aumentare e la tassazione a diminuire.

CONSEGUENZE ECONOMICHE DELLA CRISI SULL’ITALIA E I LIMITI DELLA POLITICA FISCALE

Partiamo da un presupposto: la crisi causata dalla pandemia comporterà costi economici molto rilevanti, anche se difficilmente quantificabili, in tutti i paesi del mondo. E questi costi saranno sicuramente maggiori rispetto a quelli che stiamo sostenendo in questo momento. Il blocco della maggior parte delle attività produttive, necessario per contenere la diffusione della pandemia, avrà effetti immediati sulla produzione e sull’occupazione.                                                       

Come accade spesso nelle recessioni economiche, gli effetti economici negativi tenderanno ad amplificarsi per la caduta della domanda globale (soprattutto da parte delle famiglie) di beni e servizi.
Ci sono poi le conseguenze sulla finanza statale.
Inevitabilmente, i provvedimenti fiscali deliberati dai governi per fronteggiare l’emergenza, vale a dire l’aumento della spesa pubblica e la sospensione di una larga fascia di imposte e tasse, si rifletteranno sui conti pubblici, in particolare, nei paesi con livelli d’indebitamento elevati.  
È il caso di molti paesi dell’Europa del Sud, in particolar modo l’Italia, in cui il rapporto tra debito e Pil sfiora il 135%.                                                               

Per l’effetto congiunto della riduzione delle entrate fiscali, conseguente al calo quasi obbligatorio della maggior parte della produzione nazionale (in primis piccola e media impresa), e dell’aumento della spesa pubblica per fronteggiare in particolar modo in questo periodo le spese sanitarie e l’aiuto al reddito per le famiglie e le imprese, l’indebitamento statale è destinato a crescere.

Una volta che sarà archiviata la lotta per combattere il virus (si spera, ovviamente, il prima possibile) l’aumento del rapporto debito/Pil rappresenta un vincolo molto pesante per l’adozione di ulteriori misure di spesa pubblica che, eventualmente, dovessero rendersi necessarie per stimolare e far ripartire l’economia.

La “sospensione” del Patto di stabilità, pur consentendo agli stati di deviare temporaneamente dagli obiettivi di bilancio fissati prima della pandemia, non elimina il famoso vincolo del 3% di deficit pubblico all’anno.                                  

In altre parole, una volta terminata la battaglia per combattere il virus, si aprirà la guerra per stimolare l’economia, ma è molto improbabile che le condizioni di spesa pubblica incondizionata rimangano immutate. L’Italia, come tutti gli stati membri, dovrà nuovamente rispettare le limitazioni di spesa pubblica al 3% del PIL. In questo modo, il PIL sarà ai minimi storici e di conseguenza gli stati avranno poche risorse a disposizione da poter destinare alle famiglie e alle imprese. Per questa ragione, lo sforzo nazionale non basta. 

A fronte dell’aumento esponenziale del debito pubblico (le stime si attestano intorno al 160% del PIL), finanziarsi autonomamente sul mercato finanziario  sarebbe una scelta troppo rischiosa, perché i titoli di stato italiani sarebbero considerati più rischiosi e quindi più redditizi, con un aumento inevitabile del tasso d’interesse da pagare sui titoli e che aggraverebbero maggiormente i conti pubblici.  

L’Italia, quindi, dovrà necessariamente rivolgersi alle Istituzioni europee per attingere aiuti economici. Ma, come si può evincere dalle dichiarazioni recenti dei capi politici europei, le misure da adottare non sono ancora chiare, però riconducibili essenzialmente agli Eurobond e al MES.                                                                              

LO SCONTRO TRA EUROBOND E IL MECCANISMO EUROPEO DI STABILITA’

L’idea degli Eurobond trova origine già nel 2010, durante la crisi finanziaria scoppiata due anni prima in America e trasformata poi nella crisi dei debiti sovrani. Il concetto di Eurobond risiede nel trasferire la politica fiscale, detenuta singolarmente da ogni singolo stato, ad un’istituzione sovranazionale europea (come la BCE). In questo modo, facendo leva sulla credibilità e sul debito pubblico ridotto degli stati europei del nord (Germania, Austria, Belgio Danimarca, Olanda, Finlandia), tutti gli stati dell’Eurozona, in particolar modo i paesi del sud (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Irlanda) possono reperire le proprie risorse sul mercato finanziario ad un tasso d’interesse molto vantaggioso e quindi affrontare la crisi al meglio. 

Le due macro-classi di Stati appena elencati, quelli del Nord e quelli del Sud, trovano fondamento da due concetti microeconomici: l’azzardo morale e la condivisione del rischio. Per non complicare le cose utilizziamo degli esempi molto pratici: una coppia di conviventi (A e B) non utilizzano una rete internet unica, ma ognuno dispone della propria connessione personale. Il soggetto A utilizza molto internet, più di quanto non ne utilizzi il soggetto B, terminando spesso la capacità della propria connessione prima dell’effettivo rinnovo, quindi costretto a non poter accedere ad internet per alcuni giorni. A fronte di quanto appena descritto, il soggetto A propone a B di acquistare un dispositivo di connessione ad Internet (supponiamo a consumo) in comune. Se il soggetto B dovesse accettare, si pone il rischio che A, avendo un beneficio economico, utilizzi maggiormente internet rispetto a prima, andando a svantaggio del soggetto B. Questo è l’azzardo morale. In più, si pone il rischio che la capacità di consumo della connessione finisca prima del previsto. Questo è il concetto della condivisione del rischio.  

Tecnicamente, creare un debito pubblico comune all’interno dell’Eurozona emettendo titoli di stato (Eurobond) concede comunque la possibilità di accedere alle risorse ad un costo inferiore per tutti i paesi, ma questo potrebbe indurre alcuni paesi (Sud) ad approfittarne, generando costi che alcuni paesi (Nord) non avrebbero sostenuto senza la condivisione del debito pubblico.

Nonostante i problemi di azzardo morale e condivisione del rischio siano noti ormai da 10 anni, non è mai avvenuto alcun accordo o compromesso politico tra gli stati membri dell’UE.

Il quesito centrale di questa discussione pubblica si incentra sulla credibilità della spesa pubblica degli stati del Sud.

Per intenderci: un cittadino tedesco non desidererebbe mai versare maggiori imposte al fisco per delle politiche di spesa pubblica e politiche assistenziali che altri stati membri potrebbero adottare, risultando spesso poco efficaci nella reale crescita economica (nel caso dell’Italia, quota 100 e reddito di cittadinanza).

Ma la scontro non riguarda soltanto ragioni economiche, ma anche politiche. Come dichiarò qualche anno fa Jürgen Papier, presidente della Corte costituzionale tedesca tra il 2002 e il 2010:
“I limiti dell’integrazione europea si trovano nel rispetto dell’ordine democratico della legge fondamentale tedesca. Se la rappresentanza eletta del popolo tedesco non ha più niente da decidere, perché tutte le competenze fondamentali sono state trasferite a livello europeo, allora abbiamo svuotato l’ordine democratico. La richiesta di più Europa suona bene. Se però si superano i limiti, vengono sacrificati i valori fondamentali della Costituzione. La Costituzione tedesca non permette che l’Europa diventi uno Stato che può attrarre a sé, autonomamente, sempre più competenze. A questo fine il popolo tedesco dovrebbe darsi una nuova Costituzione (possibile solo con un referendum). Ma non vedo alcuna disponibilità in merito. Il popolo tedesco non vuole, al momento, uno Stato federale europeo, come del resto non lo vogliono gli altri popoli europei”.

Il fattore tempo gioca un ruolo fondamentale per combattere questa crisi sanitaria e questo potrebbe rappresentare uno dei motivi per cui la soluzione degli Eurobond sarebbe sconsigliata, poiché qualora ci fosse una fumata bianca per adottare questo strumento, affinché si possano emettere Eurobond, si dovrebbe creare una istituzione europea ad hoc con la stipulazione di nuovi trattati, come la Banca Centrale Europea per la politica monetaria.

E per questi motivi che i paesi del nord Europa capeggiati dalla Germania e dal governo presieduto da Angela Merkel, sono più inclini ad utilizzare un altro metodo per assistere i paesi in difficoltà dall’emergenza economica e sanitaria: il fondo salva stati (MES). Ma questa proposta è stata esclusa dalla maggioranza del Parlamento italiano per le condizioni stringenti di austerità sul debito pubblico che l’Italia adotterebbe una volta terminata l’emergenza sanitaria, che l’Italia potrebbe rispettare soltanto con un taglio netto alla sanità pubblica, all’istruzione e a tutti i servizi essenziali garantiti da uno stato. 

Tuttavia alcuni economisti sostengono che, a tal proposito, l’Unione Europea potrebbe creare una terza linea di credito più scialba e meno stringente per gli stati che attingono risorse dal fondo.

Nel frattempo, nell’ultimo Consiglio Europeo i conflitti di interesse tra i capi di governo dei paesi dell’Eurozona non sono stati ancora risolti e la decisione su quali politiche comuni da adottare per aiutare le famiglie e le imprese è slittata di due settimane.

QUALI POSSONO ESSERE LE ALTERNATIVE DI POLITICA FISCALE PER AUMENTARE LA SPESA PUBBLICA SENZA L’AUMENTO DEL DEBITO PUBBLICO?

Una soluzione non convenzionale ed efficace esiste, anche se può sembrare strana e bizzarra per molti.

I governi dell’eurozona, a partire dall’Italia, potrebbero emettere Titoli di Sconto Fiscale (TSF) immediatamente convertibili in euro (in gergo moneta fiscale) e potrebbero distribuirli urgentemente alle famiglie, alle imprese e agli enti pubblici. Questi sono titoli di credito e danno il diritto ai possessori di adempiere al pagamento delle tasse dopo un determinato periodo di tempo dall’emissione.

Come vedremo, i governi dell’Eurozona possono farlo senza aumentare il proprio deficit e, naturalmente, rispettando le regole della zona euro. 
Ad esempio, il governo italiano potrebbe emettere Titoli di Sconto Fiscale in tre anni per un importo totale di circa il 3% del PIL (circa 40 miliardi di euro) e assegnarli gratuitamente a famiglie, aziende ed enti pubblici.  

I TSF saranno utilizzati dagli assegnatari per ridurre i pagamenti di tasse, tariffe pubbliche, ecc. soltanto alla scadenza, cioè dopo il terzo anno. Questi titoli sarebbero convertibili immediatamente in euro nel mercato finanziario ad un tasso di sconto minimo e facendo aumentare così il potere di acquisto dei detentori, che a loro volta acquisteranno un maggior numero di beni e servizi e sostenendo anche l’offerta delle imprese che saranno più spinte a produrre e quindi investire. Questo circolo virtuoso infine si rifletterebbe nell’aumento del PIL. 
Tuttavia, questa manovra non aumenta il deficit pubblico perché all’emissione lo Stato italiano non spende denaro e non chiede denaro sul mercato finanziario. Il governo non farà richieste ai Primary Dealers, le maggiori banche d’investimento che acquistano il debito pubblico all’ingrosso, e i Primary Dealers non pagheranno neanche un solo euro per finanziare il deficit pubblico italiano, quindi non aumenteranno il loro rischio. Pertanto, nessun aumento di spread.

Ad esempio, il soggetto A è titolare di un TSF dal valore di 100. Questo sarà più propenso a vendere il titolo sul mercato finanziario e ricevere immediatamente del denaro liquido piuttosto che utilizzarlo dopo 4 anni per pagare le imposte. Quindi, il soggetto A vende al soggetto B suddetto titolo ma in cambio non riceverà il valore nominale del titolo (100) bensì un valore poco più basso (98), poiché su quel titolo è applicato un tasso di sconto. In questo modo, avendo a disposizione un valore positivo pari a +98 nel portafoglio, il soggetto A consumerà un maggior numero di beni e servizi rispetto a prima e questa domanda maggiore si riflette positivamente sulle attività produttive delle imprese, poiché a fronte di una richiesta maggiore di beni e servizi, si cercherà di produrre di più per soddisfare questo incremento di domanda e di conseguenza cresceranno anche gli investimenti che le imprese faranno per sostenere la loro maggiore produzione di beni. Il circolo di acquisto e vendita tra soggetti privati dei TSF avverrà fino alla scadenza, ipotizzato al quarto anno dall’emissione da parte dello Stato, e solo in quel momento saranno utilizzati dai soggetti per pagare le imposte. Nei 3 anni precedenti alla scadenza, il circolo virtuoso che si è innescato farà aumentare l’inflazione e la crescita del PIL sarà tale che le entrate dello Stato copriranno il valore stesso dei TSF. In altre parole, questi titoli si pagano da soli. 

Per chiarire questo passaggio affidiamoci ad un esempio: il soggetto C che all’ultimo anno valido detiene questo titolo, lo utilizzerà per pagare le imposte pari al valore di 100 e, dal momento in cui il soggetto C non paga le imposte con il proprio denaro, ma con il TSF, questo vuol dire che lo Stato gli ha rimborsato quel titolo di credito, ma non in denaro, ma in “meno tasse da pagare” e quindi lo Stato non aumenterà il proprio debito pubblico e i TSF che si troverà a conteggiare tra gli sconti fiscali (meno entrate pubbliche) sarà ampiamente compensato dall’aumento del PIL avvenuto nei 3 anni precedenti e a volte possono addirittura produrre un eccedenza di bilancio (maggiori entrate rispetto alle spese). Questa proposta ha il vantaggio fondamentale che i TSF sarebbero certamente accettati dalla BCE, perché non ci sono dubbi sul fatto che i TSF saranno classificati positivamente dagli investment grade dalle agenzie di rating.

 Infatti, questi titoli sono completamente garantiti: anche se lo Stato fallisse e non avesse abbastanza euro per rimborsare i suoi debiti, i TSF potrebbero sempre essere utilizzati dai possessori per ottenere riduzioni fiscali.

Di fatto qualsiasi Stato della zona euro è totalmente sovrano sul proprio sistema fiscale.

Un’alternativa, questa, che non è mai stata sperimentata dall’Italia ma che potrebbe risultare un metodo atipico per sostenere l’ingente spesa pubblica che lo Stato si appresta a sostenere.                                                  

LA POLITICA MONETARIA DELLA BCE PER COMBATTERE LA CRISI

Dopo una prima risposta insufficiente alla portata dell’emergenza coronavirus, la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, ha annunciato che il programma di Quantitative Easing (QE)sarà aumentato fino a 750 miliardi di euro a favore dei paesi dell’Eurozona. In particolare, la BCE si è impegnata ad acquistare titoli di stato italiani per un totale di 220 miliardi di euro fino alla fine del 2020, con opzione per il 2021. 

Il QE è uno dei modi non convenzionali con cui una banca centrale emette moneta acquistando titoli di Stato sul mercato secondario e quindi con il fine di concedere maggiore liquidità nell’economia reale e per rilanciare, soprattutto in questo momento, la domanda globale di beni e servizi da parte dei consumatori e che a sua volta sosterrà anche le attività produttive ancora assicurate, quelle ritenute “essenziali”.

Affinché l’articolo non diventi troppo tecnico e noioso, provate a pensare alla BCE che in questo momento con l’ausilio dei suoi tecnici informatici ed economisti, si fiondi nel mercato finanziario secondario, il cui ruolo è quello di assicurare il passaggio dei titoli già emessi da parte di società private e stati nazionali (azioni, obbligazioni, derivati, titoli di Stato ecc.) e acquista una quantità colossale di titoli detenuti in precedenza soprattutto da grandi banche commerciali (Unicredit, Mediolanum, Intesa Sanpaolo) e dai Primary Dealers, che a loro volta hanno acquistato i titoli di stato come una forma di investimento.

Questo acquisto massiccio di titoli statali comporta degli effetti:

  • Stabilizza il prezzo e il tasso dei titoli di debito di uno Stato: quando uno Stato si trova in una situazione di crisi economica come in questo momento, attuando delle politiche economiche espansive come quelle descritte sopra, queste aumentano il debito pubblico statale e di conseguenza i titoli che gli investitori si trovano in mano diventano più rischiosi, poiché lo Stato sarà costretto a ripagare più debito di quanto non ne avesse in precedenza. Questo rischio comporta una redditività maggiore e complessivamente si traduce in un aumento dei tassi di interesse che lo Stato deve versare ai detentori dei titoli, sommati ovviamente al valore dei titoli stessi. La BCE, acquistando titoli di Stato, evita che accada quanto appena descritto, e che quindi gli investitori finanziari possano speculare sul debito pubblico di uno stato.
  • Dispone alle banche commerciali maggiore liquidità: dal momento in cui queste vendono i titoli di stato, dispongono di una grande quantità di moneta nelle loro casse. A loro è “affidato” il compito di immettere questa nuova moneta in circolazione nel sistema economico, concedendo prestiti a famiglie (domanda di mercato) e finanziamenti alle imprese (offerta di mercato). Attraverso il giusto bilanciamento di queste due variabili, il prezzo dei beni e servizi evita di aumentare e quindi di diminuire il potere di acquisto dei consumatori.

Ma nella pratica questo meccanismo ha riscontrato dei forti limiti, evidenziati soprattutto durante gli anni della “grande recessione” del 2008:

  • La liquidità fornite alle banche rischiano di avere delle ricadute modeste sull’economia reale: gli istituti di credito “hanno timore” che i prestiti concessi a famiglie e imprese non possano essere restituiti del tutto. Applichiamo quanto appena descritto al contesto di pandemia che stiamo vivendo: difficilmente una banca concederà dei prestiti ad una famiglia i quali componenti, sia per un tempo determinato che indeterminato, non lavorano più e che quindi non potranno concedere la garanzia di rimborso totale del prestito.
  • A fronte di una crisi da domanda che si preannuncia prolungata soprattutto per le famiglie, le quali consumeranno inevitabilmente meno, come esposto nel punto precedente, anche con tassi d’interesse molto bassi per richiedere finanziamenti alle banche, le imprese rinviano i loro piani d’investimento, rendendo inefficace lo stimolo monetario.
  • Allo stesso tempo, la riduzione delle vendite da parte delle imprese, e di conseguenza dei ricavi, accresce il fabbisogno finanziario delle imprese che devono, comunque, coprire le spese correnti. Ma, poiché la riduzione dei ricavi ne deteriora i bilanci, aumentandone le probabilità di fallimento, le banche hanno difficoltà a finanziarle per evitare che i loro crediti possano deteriorarsi. Come di conseguenza la crisi di liquidità delle imprese tende ad accentuarsi e di conseguenza queste sono più esposte al fallimento.            

Quindi, il QE che deve essere adottato dalla BCE può sicuramente calmierare i tassi d’interesse e quindi rendere lo Stato meno rischioso agli occhi del mercato finanziario e delle Istituzioni in generale, ma non può evitare che il livello di indebitamento dei paesi aumenti.                   

QUALI POSSONO ESSERE LE ALTERNATIVE DI POLITICA MONETARIA SENZA L’AUMENTO DEL DEBITO PUBBLICO?

In realtà, esiste una modalità per finanziare la spesa statale senza aumentare il debito pubblico o le imposte sia per le famiglie che per le imprese. In linea di principio, la spesa pubblica può essere, infatti, finanziata direttamente dalle banche centrali attraverso la concessione di crediti non rimborsabili ai governi. Non essendo rimborsabile, tale modalità di finanziamento non aumenta il debito pubblico e, dunque, non comporta futuri inasprimenti delle imposte (o tagli di spesa). Come sostenuto da Jordi Galí, macroeconomista e allievo del famoso Olivier Blanchard, questa politica potrebbe essere adottata temporaneamente anche dalla BCE, nonostante il divieto di finanziamento degli stati imposto dal trattato sull’Unione Europea, per consentire ai paesi europei di affrontare l’emergenza coronavirus.

Sarebbe, questa, una misura simile all’helicopter money (cioè all’accredito di somme sui conti correnti di famiglie e imprese da parte delle banche centrali), con la differenza che a beneficiarne non sarebbero direttamente i cittadini, ma gli stati. Come è del tutto evidente, in una fase recessiva (che si innesta su un periodo prolungato di bassa crescita economica), questa politica non avrebbe alcun impatto sull’inflazione (aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi) e sarebbe, in ogni caso, straordinaria, cioè di durata limitata. Avrebbe, però, potenti effetti di spinta sull’economia.

Finora, politiche come l’helicopter money sono state considerate inattuabili. Lo sono state perché, secondo l’approccio dominante delle politiche economiche, la crescita economica, anche nel breve periodo, dipende da riforme strutturali dal lato dell’offerta, mentre la politica monetaria sarebbe neutrale a stimolare la domanda (consumi e investimenti da parte di famiglie e imprese). In un contesto come quello che stiamo vivendo gli interventi economici per sostenere i paesi in difficoltà devono risultare solidali e all’altezza del problema da abbattere al più presto.

[Articolo di Giuseppe Somma]

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