La grande sfida del debito pubblico – un’ossessione tedesca

La grande sfida del debito pubblico – un’ossessione tedesca

Il debito pubblico in poche e semplici parole:

Da anni siamo ormai invasi da notizie sul famigerato debito pubblico che sta causando non pochi problemi per il nostro paese. Il modo in cui questo è stato e sarà gestito dall’Italia influenzerà non poco la forma in cui riusciremo a riprenderci dalla crisi che sta generando il Covid-19. Nei prossimi articoli parleremo più nel dettaglio delle possibili strategie, europee e nazionali, per far ripartire l’economia ma prima cerchiamo di capire che cosa si intende per debito pubblico e perché alcuni paesi, come la Germania, ne sono ossessionati.

Con debito pubblico si indica il debito contratto dallo Stato per soddisfare il fabbisogno interno. Le spese più importanti che bisogna affrontare sono il pagamento dei servizi statali e i potenziali investimenti. Ogni anno lo Stato definisce il suo saldo primario che è dato dalla differenza tra entrate ed uscite riferite all’anno trascorso. È interessante sapere che l’Italia, nonostante la sua reputazione, abbia avuto quasi ininterrottamente un saldo primario positivo dal 1994.

Allora come si arriva ad un debito pubblico così spaventoso come il nostro? Ogni cittadino italiano, infatti, viene al mondo con un fardello di 40.000 euro di debito sulle spalle.  La risposta è semplice: il debito pubblico contiene, oltre alle entrate e uscite, gli interessi pagati sui debiti degli anni precedenti. In sostanza, il debito pubblico è la somma dei deficit (o surplus) dello Stato nel corso della sua storia. Ed è qui che l’Italia non è più tanto efficiente, per l’elevata quantità di interessi che paga ogni anno e che il surplus non è sufficiente a coprire.

Cerchiamo di capire come si crea questa grande quantità di debito e in particolare perché il nostro paese paghi dei tassi di interesse molto più alti rispetto ad altri paesi europei. Ogni Stato ottiene credito tramite l’emissione delle così dette obbligazioni. Le obbligazioni non sono altro che titoli con un funzionamento particolare: chi acquista l’obbligazione ottiene con cadenza determinata un interesse fino alla scadenza del titolo stesso, quando, oltre al normale interesse, ottiene anche il rimborso del costo iniziale. Lo Stato, in questo caso emittente dell’obbligazione, ottiene liquidità dalla vendita del titolo in maniera immediata.

I più diffusi tipi di obbligazione sono i Buoni del Tesoro Pluriennali (BTP), Certificati di Credito (CCT) e i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT).

Ora arriva il problema: il valore dei titoli viene definito da quanto l’economia del paese è considerata solida e con buone prospettive dai mercati. Nel caso dell’Italia, si sa, queste non sono buone notizie. I nostri titoli sono valutati molto negativamente (rispetto, per esempio, a quelli tedeschi), quindi hanno un basso valore e per invogliare gli investitori a comprarli lo Stato è costretto a promettere dei tassi di interesse molto alti. Sono proprio questi tassi che incidono sul nostro immenso e, apparentemente ingestibile, debito pubblico.

Allora perché l’Italia continua ad emettere obbligazioni se deve pagare tanti tassi di interesse?

La prima ragione è quella citata sopra: soldi subito e tanti, soprattutto da parte di chi ha voglia di rischiare su titoli instabili ma molto remunerativi.

La seconda, meno ovvia, è in realtà l’anello che chiude questo circolo vizioso. Lo Stato infatti usa il denaro dei titoli per finanziare il debito pubblico: gli investitori è come se comprassero il debito dello Stato, di cui il paese ha disperato bisogno di disfarsi.   

Deutschland: da sempre la prima della classe?

Dai media sembra di capire che la Germania abbia un’indole innata ad essere rigorosa. Ma è davvero così?
Non proprio, anzi, avendo visto il peggio non vuole ricascarci.

Il peggio è iniziato alla fine della Prima guerra mondiale, quando l’allora Repubblica di Weimar fu costretta ad accettare le condizioni della pace. Queste includevano un immenso debito di guerra da pagare ai paesi vincitori. Non sapendo dove prendere questi soldi, la Repubblica iniziò a stampare nuova moneta. Stampare denaro dava la possibilità alla Germania di comprare titoli di Stato remunerativi ma aveva anche un altro aspetto. Un aspetto che sfuggì da ogni controllo: l’inflazione, ossia la perdita di valore della moneta stessa. Nel 1923, quindi relativamente pochi anni dopo la fine della guerra, erano necessari miliardi di marchi tedeschi per comprare il pane e il valore delle banconote era così insignificante che i bambini usavano mazzette di franchi per costruire castelli di carta. Con un’economia così mal ridotta, lo Stato non poté che dichiarare il default.

Immagine che contiene persona, esterni, fotografia, uomo

Descrizione generata automaticamente
Bambini tedeschi che giocano con pacchi di banconote

Hitler, preso il potere, intraprese la strada più semplice: smise di pagare il debito. Il denaro risparmiato venne utilizzato per il riarmo e per favorire lo sviluppo del paese e della guerra.
La fine del secondo conflitto mondiale non fece altro che aumentare il debito accumulato dalla Germania, che era a quel punto insostenibile.

Con tanti negoziati, succedutisi negli anni, Berlino fu in grado di ottenere modifiche ai trattati di pace. Il più importante fu nel 1953, quando diversi paesi europei accettarono di dimezzare il debito di guerra. Questo serviva al paese, che era sull’orlo dell’ennesima bancarotta, di ripartire. Non solo il debito fu dimezzato, ma doveva essere ripagato in un periodo di più di 30 anni e solo negli anni in cui il disavanzo nelle tasche pubbliche fosse positivo, in modo da non generare ulteriore debito. La restante metà del debito doveva essere ripagata una volta raggiunta l’unificazione delle due Germanie. Quando però questo accadde, gli stati creditori (tra cui Italia e Grecia) acconsentirono a non richiedere il rimborso del denaro, grazie a una potente presa di posizione dell’allora cancelliere tedesco Kohl. Quest’ultimo affermò che un fardello così grande addosso a uno stato nascente, avrebbe comportato un sicuro default.

La Germania vive quindi nell’incubo di ricreare un debito pubblico ingestibile avendo, in un solo secolo, dichiarato una bancarotta e sfiorato il secondo default. La cultura del risparmio e del non indebitamento è intrinseca in questa società che, essendo la voce più grossa in Europa, delinea anche come debbano comportarsi gli altri paesi.

Non c’è da stupirsi allora se oggi i tedeschi abbiano la percentuale più bassa di investimenti fatti nel così detto “mattone”, cioè nelle case di proprietà, rispetto a paesi come l’Italia e la Spagna: 40% contro 80%. Hanno paura del debito, che questo significhi accendere un mutuo per comprare una casa o altro.  E non c’è da stupirsi neanche se, nel momento di creare una valuta unica, abbiano voluto vedere stampate banconote da 200 e 500 € che, personalmente, ho visto e usato solo per giocare a Monopoly. Questo per tenere sempre sotto controllo le spese, senza strisciare una carta che, si sa, non dà l’idea effettiva della spesa che si sta facendo. Il punto è quindi che l’Europa è “guidata” da un paese che ha avuto un’esperienza terribile con il debito e non vuole essere (ri)trascinata nel baratro da nazioni che ne accumulano a dismisura. Bisogna capire però quanto e se il rigore possa aiutare paesi che, nelle condizioni attuali, non riescono a crescere tra tutti questi paletti.

[Articolo di Irene Falvo]

No Comments

Post A Comment