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La Colpa non è nostra

La Colpa non è nostra

Ogni Maledetto Venerdì

‘Lo faccio perché voi adulti state cagando sul mio futuro”

Greta Thunberg

Questo era il testo che compariva sui volantini che una quindicenne svedese distribuiva davanti al Parlamento ogni venerdì dall’Agosto del 2018 per la questione climatica ed in particolare del riscaldamento globale. La protesta individuale di una bambina affetta dalla sindrome di Asperger ha toccato le coscienze dei giovani studenti (e non solo) di tutto il mondo, tanto da guadagnarsi l’appellativo di movimento collettivo: Friday for Future (FFF).                                                                

Il loro è un movimento che si porta dietro tutte le nevrosi e le contraddizioni della nostra epoca, ma che invece di nasconderle sotto il tappeto o di farne schiacciare le persone a una a una nel proprio isolamento, decide di metterle in piazza e farne un oggetto di una gigantesca esperienza di partecipazione di massa. In tutte le capitali e in tutte le più grandi città del mondo si sono organizzati dei comitati FFF che, sulla scia degli insegnamenti della giovanissima attivista svedese, hanno portato alla partecipazione di oltre un milione e mezzo di persone tra le piazze e le strade al primo appuntamento dello sciopero mondiale, il 15 Marzo scorso. A questa giornata, che ha suscitato la reazione di tutta l’opinione pubblica, sono seguite la manifestazione il 24 Maggio, quelle tra il 20 ed il 27 Settembre e l’ultima, non scelta a caso, il 29 Novembre, in risposta alla giornata del Black Friday. In totale sono stati 300.000 i ragazzi italiani scesi in piazza durante l’ultimo appello da parte della professoressa coscienza ambientale.                                                                                                   

Secondo una ricerca avviata da un gruppo di ricercatori in tredici piazze europee (tra cui Firenze), si starebbe creando una nuova generazione di attivisti: degli studenti che hanno partecipato al primo sciopero, quasi due terzi erano donne, il 38,1% non aveva mai partecipato ad una manifestazione in vita propria, il 54,7% era in piazza perché convinto direttamente da un amico e il 34,4% perché l’aveva saputo dai social media. Pochissimi ragazzi facevano parte di organizzazioni ambientaliste. Si tratta di corei nati autonomamente, con cartelli e striscioni dipinti in base alla creatività di ognuno.                                            

“Greta Thunberg ha smosso l’attenzione pubblica, non ha scoperto il riscaldamento globale. Ha ribadito le ragioni della sua protesta di un problema su cui c’è una certezza scientifica dal 1990”
Si legge in un’intervista ad uno dei tantissimi con in mano un cartellone auto-prodotto. Ed è proprio così.

Borracce e Capitalismo

La spinta iniziale del movimento nasce quindi dall’evidenza indiscutibile dell’emergenza.               
Ma di chi è la colpa di questa crisi climatica?
Cercando di ampliare il discorso, il responsabile non è l’homo sapiens in generale, non siamo tutti colpevoli uguali, c’è una divisione di classe. La volontà degli attivisti è quella di indicare con nettezza che l’origine della crisi climatica non è nell’attività umana in generale, ma nel capitalismo. Ma gli stessi sono molto attenti a non creare delle divisioni ideologiche in un movimento che, finora, ha fatto della sua trasversalità e la capacità di parlare a tutti un punto di forza. Il movimento utilizza lo slogan “cambiare il sistema, non il clima”. Un messaggio forte, che fa pensare ad una riorganizzazione del sistema perché l’attuale utilizzo delle risorse non è sostenibile.  

In effetti, tra i partecipanti del corteo del 15 Marzo, quasi il 60% riteneva che il modo più efficace per affrontare la questione climatica fosse il cambiamento degli stili di vita individuali: una via d’uscita più basata sull’uso della borraccia per l’acqua per risparmiare plastica che sulla denuncia delle corporations. Perché questo è indiscutibile, bisogna rendersi conto del sistema in cui viviamo per poter trarre delle riflessioni che possano aiutarci a crescere personalmente e non cadere nella trappola della superficialità di massa: se cento aziende sono responsabili di oltre il 70% delle emissioni dei gas serra nella nostra atmosfera, non sarà con le borracce che le si convincerà a smettere. Ma il rapporto tra le scelte individuali e l’azione collettiva non deve essere intesa come una contrapposizione: in tempi di crisi delle appartenenze identitarie, soprattutto tra noi giovani, è proprio dalla presa di consapevolezza delle proprie scelte individuali che spesso nascono i percorsi di partecipazione politica.

Politica e Futuro

E la politica come reagisce a questo fenomeno giovanile?

Il disinteresse sull’agenda dei politici e politicanti e ormai all’ordine del giorno, nonostante dovrebbe rappresentare il collante tra le richieste esplicite della base e l’azione dei soggetti economici. Se il 10% dei partecipanti ai cortei di Marzo sentiva di poter contare sull’azione dei governi per risolvere le questioni ambientali, il 91,1% dichiarava di aver partecipato proprio per far pressione sulla politica.
Gli scenari futuri auspicano la continuità del lavoro svolto fino ad oggi: continuare la lotta scendendo in piazza. Ma quali strumenti dovranno essere presi in considerazione affinché questo possa essere un movimento generazionale che frattura il tempo passato con quello presente per poter tracciare le fondamenta per la via del futuro?
In un momento storico così delicato, citando un grande attivista ambientalista come Chico Mendes, “l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio”.

Se il futuro è dei giovani, come agli adulti piace spesso ripetere, allora i giovani hanno titolo di parlare a nome del futuro, di farsene carico e di chiederne conto a chi comanda.                                                                      

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