Sono giorni incandescenti quelli trascorsi dai lavoratori dell’ex Ilva, dagli abitanti di Taranto e dagli esponenti del governo. Ma le recenti vicissitudini dell’ex Ilva, con i loro inevitabili riflessi occupazionali e sociali, sono solo l’ultimo tassello di una vicenda che negli ultimi anni ha portato a intrecciarsi, in maniera molto delicata, due diritti fondamentali, sanciti anche dalla nostra Costituzione: il diritto al lavoro e il diritto alla salute.

Allora non esitiamo: mettetevi comodi, tenetevi forte e partiamo per questo rocambolesco viaggio alla scoperta dell’ingarbugliata storia dell’Ilva  per capire un po’ meglio cosa sta succedendoe quale sarà il futuro degli oltre 10 mila lavoratori, degli oltre 15 milioni di metri quadrati nel solo polo produttivo di Taranto e degli 8 siti siderurgici presenti sul territorio nazionale.

Prima, però, occorre fare un salto nel passato, per scoprire le radici delle complicazioni attuali.

Storia dell’Ilva

Nel 1961 nasce la Italsider, azienda pubblica finalizzata nella produzione di acciaio e ferro. Composta inizialmente da 3 poli produttivi, è solo nel 1965 che viene realizzato ed entra a far parte anche il centro siderurgico di Taranto.

In breve tempo la fabbrica pugliese diventa il più grande e importante stabilimento di ferro e acciaio d’Europa, il serbatoio che rifornisce non solo il ricco nord Italia, ma mezzo vecchio continente. Dà lavoro, crea ricchezza e occupazione ed è uno dei fiori all’occhiello dell’Italia del boom economico.Eppure nel 1995 lo stabilimento, che fino ad allora  apparteneva all’erario pubblico, trascorre un periodo di crisi che culmina con il passaggio di proprietà alla famiglia Riva (è in questo momento che si dà il nome ‘Ilva’ alla fabbrica, che quindi diventa privata), passaggio che avviene provocando non poche critiche: infatti, nonostante la valutazione dello stabilimento sia di 4.000 miliardi di lire, questo è venduto per 2.500 miliardi.

Successivamente iniziano a emergere i primi legami tra l’impatto ambientale del polo siderurgico e l’impressionante numero di casi di tumore (spesso infantile) di abitanti nella zona. Fino a quando nel 2012 la magistratura di Taranto dispone il sequestro dell’acciaieria per “gravi violazioni ambientali” e definendola “fabbrica di morte e di malattie”. Tutti i vertici dell’azienda vengono indagati e viene dispostoun maxi-sequestro da 8 miliardi di euro sui beni e sui conti del gruppo Riva, denaro che sarebbe frutto dei mancati investimenti in tema di tutela ambientale. Alla fine dell’anno, però, il maxi sequestro è annullato dalla Corte di Cassazione e i presidenti Emilio Riva (in carica fino al 2010) e il figlio Nicola lasciano il consiglio di amministrazione.

Cercando di risorgere dalle ceneri

Da allora quello dell’ex Ilva è stato un difficile ambito di confronto per tutti i governi che si sono susseguiti.Per tutelare lavoro e produzione industriale, la gestione dell’ormai ex Ilva è affidata a dei commissari straordinari fino al 2015, quando viene indetto un bando per enti interessati all’acquisto dello stabilimento e la gara pubblica è vinta dalla multinazionale franco-indiana ArcelorMittal. Alla base del passaggio di proprietà dell’Ilva c’è però un contratto di affitto che prevede l’effettivo acquisto solo nel 2021; l’accordo stabilisce anche che ArcelorMittal si impegni nell’opera di rinnovamento dell’azienda e di bonifica ambientale in cambio dell’ormai famigerato scudo penale, ovvero una sorta di garanzia che esenta ArcelorMittal da ripercussioni penali per fatti verificatisi durante le amministrazioni precedenti.

Cosa è successo recentemente

Dopo che in Parlamento, con l’emendamento ‘decreto imprese’ dello scorso 22 Ottobre, si è deciso di rimuovere lo scudo penale (sotto pressante richiesta del Movimento Cinque Stelle),  ArcelorMittal ha annunciato di voler recedere dal contratto di affitto e dal successivo acquisto dello stabilimento pugliese, sollevando così un infinito polverone di polemiche, eterni dibattiti televisivi e frequenti colloqui tra gli esponenti dell’attuale governo e quelli di ArceloMittal.

La multinazionale rivendica la totale legittimità della rescissione del contratto, imputando la scelta al venir meno dello scudo penale. Allora in molti, a partire dai politici per finire agli opinionisti televisivi,  hanno addotto una grande responsabilità della turbinosa situazione attuale alla scelta biasimabile di rimuovere lo scudo penale: infatti così si è creato un capro espiatorio per ArcelorMittal per lasciare l’azienda che versa in una condizione economica non proprio prosperosa. Infatti l’impresa perde 2 milioni di euro al giorno e 60 al mese (quando era gestita dai commissari perdeva 30-40 milioni al mese). Inoltre, con i dazi causati dallo scontro commerciale tra Usa e Cina, il prezzo delle materie prime, i minerali, è aumentato. Il risultato è che, per assurdo, oggi Arcelor perderebbe meno pagando i lavoratori per stare a casa. E il piano industriale che i franco-indiani avevano in mente è lungi dall’essere rispettato.

Quali sono le prospettive?

Dalle interminabili trattative tra governo e ArcelorMittal, è spuntato fuori che l’alternativa proposta dalla multinazionale franco-indiana alla chiusura dello stabilimento è il licenziamento di circa 5 mila dipendenti, vale a dire quasi la metà della forza lavoro dell’azienda.

Tutto appare ancora molto indeciso, proseguono gli incontri e le trattative tra Governo e ArcelorMittal. Due, però, sono essenzialmente le alternative che si intravedono: o si trova una soluzione (che comunque tra le migliori delle ipotesi prevede di cancellare 6 mila occupati con un tratto di gomma pane) per sciogliere i nodi, oppure ci si dice definitivamente addio lasciando la parola agli avvocati e ai giudici, alle cause milionarie e ad avvisi di garanzia.

E mentre si dibatte inconcludentemente su mere questioni politico-economiche, i periti nominati della Procura di Taranto hanno calcolato che in sette anni sarebbero morte 11.550 persone a causa delle emissioni dell’acciaieria, in particolare per cause cardiovascolari e respiratorie, rimarcando le spaventose conseguenze ambientali e i danni per la salute dei cittadini.

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