Il paradosso nipponico

Il paradosso nipponico

Paese che vai, debito che trovi.                                                                                   La percezione delle persone di un paese dipende molto anche dalla credibilità che questo paese mostra verso l’estero. Ad esempio, la percezione comune che le persone hanno della Germania è di tutto rispetto: paese solido, serio finalizza le spese in modo rigoroso, altrimenti no, bloccano tutto.

La Gran Bretagna? Loro sì che ne capiscono di sovranità, democrazia ed indipendenza: God (will) save the Queen!

Come se la passano i nostri cugini spagnoli per credibilità? Bene, non si può immaginare di disprezzare un paese in cui si crede l’estate eterna 365 giorni l’anno.

E l’Italia? Il paese del Risorgimento, di Giotto, Dante, Goldoni e Verdi. La nostra dieta alimentare se la possono sognare in molti, come la bellezza ineguagliabile delle nostre campagne e città.
Ma siamo anche il paese del debito. Troppo spendaccioni, dicono. Una miriade di cattedrali nel deserto, soldi pubblici scomparsi nel nulla e opere incompiute. Per maggiori informazioni a riguardo leggete l’articolo sul debito pubblico.

Ma vi siete mai chiesti se esiste un paese al Mondo più indebitato dell’Italia? Ebbene sì: il Giappone

Il livello del debito pubblico del Paese del Sol Levante non ha precedenti. Infatti, il rapporto debito/PIL è pari a 250 punti percentuali (in Italia è pari al 135%). Eppure, questo enorme indebitamento non è stato quasi mai discusso e non sembra essere un problema neppure in questo periodo così delicato.    Cerchiamo di capire il motivo con una semplice spiegazione.

Il presupposto da sottolineare è la sovranità monetaria e fiscale del Giappone.  Infatti, per finanziare la spesa pubblica (costruzione di opere pubbliche, sussidi, investimenti nella sanità, istruzione ecc.) il governo giapponese emette titoli di stato denominati JGB (Japanese Government Bond) a tasso d’interesse zero o addirittura negativo. Per quale motivo il governo emette titoli di stato a tasso addirittura negativo? Per intenderci, se tu in questo momento volessi investire in titoli di stato, pagheresti mai senza avere una remunerazione dietro? O peggio ancora, se alla scadenza del titolo sarai tu stesso a “pagare” gli interessi che di norma spettano a qualsiasi soggetto che investe. Chi ha l’interesse di eseguire questa operazione? La Banca centrale.
Infatti, quella nipponica acquista i titoli di stato anche a tasso negativo, proprio perché all’acquisto non si nasconde alcun interesse di profitto, a prescindere dal rendimento che i titoli possono offrire.

Detentori del debito pubblico giapponese in % sul totale emesso:          

Fonte: Bank of Japane su Il Sole 24 Ore

Come si può evincere dal grafico, le istituzioni pubbliche o semi-pubbliche possiedono la quantità più rilevante del debito pubblico giapponese. Al netto delle famiglie e dei non residenti, la percentuale si attesta all’88%. Una percentuale monstre. Le Istituzioni non hanno interesse a vendere i titoli di stato in loro possesso sul mercato secondario, rendendo così scarse le fluttuazioni di prezzo sui titoli di stato che non rendono appetibile agli operatori finanziari investire su questi titoli.

Come abbiamo imparato, il livello del tasso d’interesse sui titoli di stato si traduce in fiducia stabilità. L’esempio del Giappone è stata una “conquista” da parte di una parte di economisti definiti “eterodossi”, che si distaccano dalle teorie neoliberiste che dominano il discorso pubblico. 
Questo esempio ci mostra come uno stato che esegue la sua politica fiscale, coadiuvata con una politica monetaria diretta di una banca centrale, stabilizza il paese e lo rende immune da eventuali speculazioni finanziarie sul debito pubblico. Quindi in questo caso lo stato non è trattato come un’azienda privata, il quale debito è direttamente proporzionale al rischio di fallimento. Quest’ultimo caso può essere ricondotto appunto all’Italia e in generale ai paesi dell’Eurozona, la quale politica fiscale è autonoma ad ogni stato che reperisce le proprie risorse essenzialmente sul mercato finanziario, esponendo i propri titoli di stato ad un rischio tanto maggiore rispetto a quanto è grande lo stesso debito pubblico

Ma per quale motivo il debito pubblico del Giappone è così elevato?

Le motivazioni ricondotte a questa domanda sono essenzialmente due: la prima risiede nell’invecchiamento della popolazione, quindi il governo giapponese ha da sempre effettuato una grande spesa pubblica per stimolare la domanda interna dello stato. Nella pratica ciò significa che, se in un paese ci sono più anziani che giovani, il consumo di beni e servizi all’interno del paese non è molto alto (proprio perché gli anziani consumano meno rispetto ai giovani).  Quindi l’obiettivo del governo era quello di “spronare” il consumo, accrescendo la quantità di moneta dei giapponesi, attraverso ad esempio sussidi e aiuti economici in generale.

La seconda motivazione trova origine nel 2013, quando l’allora governatore della banca di Giappone, Kuroda, avvia un processo di Quantitative Easing per combattere la crisi mondiale che incombeva negli stati. L’obiettivo principale di questa operazione era contrastare la minaccia che incombeva della deflazione  (opposto dell’inflazione, quindi una diminuzione generalizzata dei prezzi), che avrebbe apportato una situazione di sfiducia tra le imprese e i consumatori.
Per questo motivo, a fine 2018 la banca centrale di Giappone contava attivi nel bilancio pari al 100% del PIL dello stato (100% del debito pubblico).Questo aumento è stato controbilanciato da una crescita di base monetaria nell’economia reale tra domanda (consumatori) e offerta (imprese) pari a +500% in 5 anni ed un aumento delle riserve bancarie pari a +600%. Le riserve bancarie rappresentano la soglia di moneta minima che le banche commerciali devono tenere nelle proprie casse per far fronte al ritiro dei depositi dei conti correnti che le famiglie e le imprese hanno presso le banche, oltre al pagamento di altri impegni finanziari.

Questa forte espansione monetaria avrebbe dovuto far incrementare l’inflazione e la conseguente svalutazione dello Yen. Questo perché se nel sistema economico le famiglie e le imprese hanno una maggiore disponibilità di moneta, spenderebbero di più rispetto a quanto spendevano prima. E sappiamo che un aumento della domanda (consumi dei beni da parte delle famiglie e investimenti da parte delle imprese) fa aumentare i prezzi di quei stessi beni. Così, il denaro che circola nel sistema economico ha “meno valore” proprio perché con la stessa quantità di moneta si possono acquistare meno beni e servizi. Il fatto che il denaro ha “meno valore” significa che si svaluta nei confronti delle altre valute internazionali (ad esempio l’euro), cioè aumenta la quantità di denaro nazionale per acquistare una unità di denaro estero (ad esempio, ci vorranno più Yen per comprare un euro) e questo aiuta le imprese ad esportare i beni all’estero. Ad esempio, se in Giappone un panino costa 1 Yen e se 1 Yen equivale a 0.50 centesimi di euro, un’impresa italiana sarà più propensa ad acquistare e quindi importare 100 panini giapponesi perché li pagherebbe la metà, in questo caso 50 euro. Mentre se un’impresa italiana acquista cento panini dagli USA, dove supponiamo il cambio di valuta euro/dollaro sia pari a 1 (cioè con un euro acquisti un dollaro) l’impresa sborserà 100 euro per cento panini, cioè il doppio rispetto all’acquisto della stessa quantità di panini dall’impresa giapponese.

Nel discorso assoluto, questa politica ha aumentato il tasso dell’inflazione all’1%, ma la variazione dello Yen rispetto alle altre valute mondiali è rimasta tutto sommato invariata. 
La stabilità del sistema finanziario nipponico riflette però un aspetto negativo verso le banche commerciali regionali, poiché non sono molto redditizi e questo non permette loro di diversificare gli investimenti.

La cultura giapponese ci invita ad assumere abitudini corrette al periodo che stiamo vivendo. Alla prossima da Pausacafè!

[Articolo di Giuseppe Somma]

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