“GET BREXIT DONE”-Elezioni 2019 in UK

“GET BREXIT DONE”-Elezioni 2019 in UK

Boris Johnson

“Get Brexit Done” è il motto per eccellenza che ha accompagnato Boris Johnson alla vittoria schiacciante del suo partito conservatore, i Tories, al comando del Regno Unito contro i principali rivali i Labour di Jeremy Corbyn. A lui il compito di traghettare definitivamente gli inglesi e co. all’uscita dall’Unione Europea.

Brexit è appunto il termine coniato dai giornalisti per denominare la decisione del Regno Unito, dopo il referendum del 23 giugno 2016.

Ebbene dopo tre anni e mezzo da quel fatidico giorno, si intravede una luce al tunnel che Brexit ha intrapreso. Difatti il 31 Gennaio 2020 è la data in cui l’uscita del Regno Unito dall’Ue sarà definitiva.

Prima di vedere quali sono le ripercussioni per l’economia non solo inglese, ma mondiale e quali effetti avrà la Brexit direttamente su noi cittadini europei, ripercorriamo brevemente le tappe principali che ci hanno portato qui.

23 Giugno 2016 vince il leave al referendum sulla Brexit

Con l’allora primo ministro David Cameroun, il 23 Giugno 2016 si svolge in Inghilterra, come in tutto il Regno Unito, il referenfum per decidere tra remain (restare) o leave (lasciare) dall’Unione Europea.

Da una parte c’era chi il referendum lo voleva, come il leader del partito indipendentista Niegel Farage e l’ex sindaco di Londra, attuale primo ministro, Boris Johnson. D’altra parte c’era il primo ministro Cameroun che era schierato dalla parte degli europeisti, ma indice il referendum per un semplice calcolo politico.

Il leave vince con il 51,9% dei consensi, contro il 48,1% per il remain.

Sogghignano in Europa i leader dei partiti più sovranisti e meno europeisti come Salvini in Italia e la Le Pen in Francia, mentre stupiti e contrariati rimangono leader come Renzi, Francoise Hollande e Angela Merkel.

Theresa May, i negoziati e le elezioni anticipate del 2017

Dopo il referendum, il primo ministro Cameroun si dimette ed entra al numero 10 di Downing Street Theresa May.

A questo punto si compie il primo passaggio che è l’attivazione, per la prima volta nella storia, dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona che regola l’uscita di un Paese dall’UE. Da qui partono una serie di negoziazioni per le condizioni di uscita, clausole che dovranno però essere approvate dal parlamento inglese.

La May, consapevole di non avere i numeri adeguati in parlamento per far sì che qualsiasi patto negoziato con l’UE fosse approvato, decide di promuovere nuove elezioni anticipate. Elezioni che nel 2017 vince, ma con una maggioranza che non è assoluta.

Il Withdrawal Agreement

Dopo lunghe trattative May e l’ UE raggiungono un primo accordo su come attuare la Brexit che riguarda questioni economiche, diritti dei cittadini, accordi su frontiere, e su come verranno risolte eventuali controversie, stabilendo anche il “prezzo” della uscita per il Regno Unito.

È prevista la possibilità di prolungare oltre il 31 dicembre 2020 il regime transitorio durante il quale la Gran Bretagna, nei fatti, resterà un Paese dell’UE sotto tutti i punti di vita (oneri inclusi), ma non potrà essere rappresentato negli organi decisionali dell’Unione. Viene anche chiarito come questo regime sarà utilizzato sino a quando non verranno ridefiniti gli accordi commerciali tra le due parti.

Cosa prevedeva l’accordo May-UE

  • Il Regno Unito deve corrispondere all’UE circa 39 miliardi di sterline per uscire dall’Unione.
  • Niente dazi, controlli doganali o restrizioni commerciali.
  • Impegno a preservare la stabilità finanziaria nel rispetto dell’autonomia delle parti nelle regolamentazioni e nei processi decisionali.
  • Norme precise per il soggiorno temporaneo con finalità commerciali e nessuna variazione nella libera circolazione dei cittadini, da rivedere entro il 2024.
  • Tutela dei diritti dei lavoratori senza distinzioni per nazionalità.
  • Regole chiare sulle modalità di partecipazione della Gran Bretagna al bilancio UE, sugli obblighi della BCE verso la Banca d’Inghilterra (restituzione dei capitali versati a quest’ultima) e comitati ad hoc in caso di diatribe su temi economici.

Il Backstop

Tra i vari allegati dell’accordo uno dei più importanti riguarda il confine tra le due Irlande, visto che l’isola è divisa in due: l’EIRE resterà nell’UE; mentre l’Irlanda del Nord (dove nel referendum ha vinto il “Remain”) uscirà assieme al Regno Unito. Un problema per quanto riguarda le frontiere, ma non solo, visto che il ripristino di un confine fisico viene valutato come potenzialmente negativo rispetto alla pace tra le due Irlande. 

Nell’accordo è previsto un backstop, ovvero una rete di protezione, che entrerà in vigore se non ci saranno accordi tra UE e Gran Bretagna al termine del periodo di transizione. L’Irlanda del Nord resterà legata ad alcune normative comunitarie, e nessuna delle due parti in causa potrà “romperlo” unilateralmente. Il backstop pare “problematico” sebbene necessario per non ridare vita ad un conflitto pesante tra le due parti dell’isola.

Bocciature dell’accordo May-UE e dimissioni del primo ministro

L’accordo negoziato viene approvato dai membri del parlamento europeo e così passa al vaglio del parlamento inglese. Qui però viene più volte respinto, non avendo appunto la maggioranza assoluta.

Questo porta al 7 giugno 2019, quando Theresa May annuncia le dimissioni dopo aver tentato un dialogo con Corbyn per l’approvazione dell’accordo.

BoJo e il No-Deal

Boris Johnson si insedia al comando sostituendo la May. Johnson è per il No-Deal e prova di tutto pur di ottenerlo.

Cos’è il No-Deal?

È la così detta Hard Brexit, ovvero l’uscita dall’Unione Europea senza accordo, sforando i termini ultimi stabiliti tra UE e May con la “proroga di Halloween” che poneva come termine per la brexit appunto il 31 ottobre.

Jhonson decide di sospendere il parlamento per 5 settimane dal 10 settembre al 14  ottobre così da evitare che i deputati potessero impedire un no-deal.

La sua decisione, però, è stata giudicata anti costituzionale dalla corte di Edimburgo.

Nuovi negoziati tra Johnson e l’UE e elezioni anticipate

I negoziati tra le due parti sono ripresi, con la data di scadenza prorogata nuovamente al 31 gennaio 2020.

Nel frattempo Johnson ottiene elezioni anticipate che hanno consentito di avere una maggioranza assoluta dei Tories e quindi una più semplice e finalmente ufficiale Brexit.

La bozza di accordo prevede principalmente i seguenti punti:

  • Diritti acquisiti per i cittadini europei: non cambierà nulla per chi già vive e lavora, perché si dovrà solamente registrare al ministero degli Interni.
  • Pagamento di 40 miliardi di euro per il Regno Unito all’UE, per impegni assunti in precedenza.
  • Irlanda del Nord che sarà soggetta al sistema doganale europeo, mentre ne resterà fuori la Gran Bretagna.
  • Per l’immigrazione di lavoratori non qualificati: baristi, camerieri, parrucchieri… per poter lavorare in GB dovranno avere un contratto di lavoro già prima di partire e potranno fermarsi solo per un breve periodo senza maturare il diritto di residenza.
  • Per l’immigrazione di lavoratori qualificati, come medici, insegnanti ecc.. questi potranno ottenere visti di lavoro più lunghi e acquisire la residenza.
  • I turisti invece dovranno recarsi in Inghilterra muniti di passaporto e visto elettronico.

Conseguenze Economiche

Le conseguenze economiche che la Brexit porta con se sono sicuramente sfavorevoli, basti pensare che nel periodo immediatamente successivo al referendum la sterlina ha perso valore rispetto al dollaro di ben 10 punti percentuali, mentre rispetto all’euro del 7%.

Inoltre l’uscita dall’UE incrina i rapporti commerciali con i paesi membri, rendendoli più difficili, per importazioni ed esportazioni.

L’Italia in questo perderà meno rispetto a paesi come la Germania in primis, ma anche Spagna e Francia che intrattengono notevoli scambi commerciali, investimenti e attività finanziarie in Inghilterra.

Nota positiva della Brexit è aver un conosciuto un personaggio unico come John Berkow, ex presidente della camera dei Comuni, che si è fatto notare per la sua stravaganza nel gestire il dibattito in sede parlamentare e per il suo famosissimo “Ordeeeeer”.

A conclusione di ciò sembra follia che dal prossimo anno Londra, meta tanto ambita da persone di ogni età per viaggi o per lavoro, sarà regolata da passaporto e visto.

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