Quando e perché si iniziò a parlare degli Eurobond

Si iniziò a parlare di Eurobond nell’estate del 2011, come possibile metodo risolutivo per la crisi dei debiti sovrani dei paesi così nominati, in termini poco velatamente dispregiativi, Piigs, ossia Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna. Gli Eurobond sono un meccanismo di distribuzione del debito.

Come è stato spiegato nell’articolo sul debito pubblico, uno Stato per finanziare il proprio debito, emette nel mercato finanziario dei Titoli di Stato, i cui tassi di interesse dipendono dalla robustezza del paese che li immette. Più il paese è visto come stabile, minori sono i tassi di interesse promessi agli investitori e quindi minore è il costo di auto-finanziamento dello stato stesso.

Gli Eurobond fanno leva sulla solidarietà degli Stati, in particolare rendono possibile a paesi considerati particolarmente rischiosi di “sfruttare” la buona reputazione dei paesi più virtuosi dell’Eurozona.

Questo meccanismo si basa sull’emissione di obbligazioni create da un’apposita agenzia dell’Unione Europa la cui rischiosità e il relativo tasso di interesse è definito guardando all’intera stabilità dell’Eurozona e non del singolo paese. A livello finanziario, queste obbligazioni otterrebbero un così detto rating molto alto, ovvero sarebbero viste come investimenti poco azzardati per gli investitori. Di conseguenza, il tasso di interesse sarebbe molto basso se non negativo (come molti titoli di Stato, soprattutto a lungo termine, emessi dalla Germania) e i proventi finanziari, ossia la liquidità derivante dalla vendita dei titoli, sarebbero indirizzati direttamente agli Stati nazionali che ne hanno bisogno, mentre la solvibilità sarebbe garantita congiuntamente dai paesi dell’Eurozona.

C’è chi dice no

Lo scontro iniziò dal primo momento in cui si cominciò a parlare di questo strumento, con la cancelliera Merkel altamente contraria, tanto da affermare che “dovranno passare sul mio cadavere” prima di vedere gli Eurobond concessi. Con la possibile ondata di recessione che i paesi dovranno affrontare, causata dal Covid-19, il dibattito si è riaperto all’interno dell’Eurogruppo, che coinvolge i ministri delle Finanze dei paesi europei. Il no arriva chiaramente dai paesi del Nord, storicamente più virtuosi di quelli del Sud: nazioni come la Germania, Olanda e paesi Scandinavi, dovrebbero accollarsi dei debiti che, se guardassero alle proprie necessità, non contrarrebbero e con tassi di interesse maggiori rispetto a quelli a cui sono normalmente abituati, per salvarne altri come l’Italia e la Spagna. Esiste, inoltre, una paura diffusa che utilizzando uno strumento così promettente, gli Stati con conti in disordine, non siano incentivati a gestire meglio il proprio bilancio, evitando di attuare politiche più rigorose che porterebbero a risultati più solidi, anche se nel più lungo periodo.

Già a fine marzo, l’Italia chiese all’Europa l’adozione degli Eurobond che fu subito rigettata. Successivamente la Francia, anch’essa colpita duramente dagli effetti della pandemia, promise una soluzione di compromesso: destinare i benefici dei bond ai paesi colpiti dal virus e limitare la loro emissione nel tempo, in modo da non sfruttare lo strumento.

Le divisioni sull’utilizzo o meno degli Eurobond si è trasformata anche in una diatriba interna alla Germania. Da una parte infatti, sul giornale Der Spiegel, il 7 aprile è stato pubblicato un editoriale del direttore Steffen Klusmann il quale affermava che “non esistono alternative agli Eurobond in una crisi come questa. […] L’Europa sta affrontando una crisi esistenziale. Apparire come il guardiano della virtù finanziaria in una situazione del genere è gretto e meschino” riferendosi alla mancanza di solidarietà dimostrata dal paese. Allo stesso tempo, non sono mancati i plausi della stampa tedesca al pugno duro della cancelliera Merkel. Il giornale Die Welt, sull’onda dei pregiudizi (ma anche di fatti di cronaca di cui siamo stati vergognosamente protagonisti), ha fatto un appello al governo tedesco di non cedere alle pressioni dell’Italia sostenendo che “[…] la mafia sta solo aspettando una nuova pioggia di soldi da Bruxelles”, da cui il Ministro degli Esteri di Maio ha chiesto alla cancelliera di distanziarsi.

Che Europa abbiamo davanti?

Alcuni studiosi credono che i problemi fondamentali, per cui trovare una soluzione di compromesso sia pressoché impossibile, siano: il modo in cui è strutturata l’Europa e la percezione che ogni stato ha di questo organismo sovrannazionale.

Ogni paese, dal punto di vista finanziario ha beneficiato della moneta unica: i grandi paesi hanno potuto arricchirsi nel mercato finanziario, scavalcando i limiti imposti dal tasso di cambio delle monete nazionali, mentre i paesi meno floridi, hanno avuto accesso a molto più denaro e hanno potuto beneficiare di tassi di interesse sui debiti più bassi. Strumenti come gli Eurobond, che appianerebbero le differenze sul costo del debito, avvicinerebbero i paesi meno virtuosi agli altri, dando il via a una crescita dell’economia di cui tutti beneficerebbero. Allo stesso tempo è comprensibile l’atteggiamento dei paesi del Nord che hanno tenuto i conti in ordine negli ultimi anni e che rimproverano Italia e Spagna in primis, di non aver approfittato degli “anni buoni” per rimettersi in pari, cosa che avrebbe loro consentito in questo momento di poter finanziarsi a costi affrontabili.

Il secondo nodo riguarda la percezione e la reale forma assunta dagli organi della Comunità europea. L’Europa di presenta come un puzzle di entità eterogeneo. A livello economico, la comunità si è dotata di una moneta unica, una banca centrale e di una politica monetaria ma all’interno trovano spazio tante politiche fiscali, decise dagli stati, e tanti ministeri che prendono decisioni a livello territoriale. Già dal 2011 si era iniziato a parlare di un bilancio europeo allo scopo di contenere le spese dei paesi più ricchi, destinate a tenere a galla quelli meno efficienti, e di far sviluppare i paesi del Sud, anche se non si giunse a una soluzione. Sembrerebbe mancare quindi una visione totale e solidale dell’Eurozona, i cui limiti su diritti e responsabilità non sono stati ben tracciati.

La situazione ad oggi

Tornando al modo in cui affrontare questa nuova crisi, il presidente del Consiglio Conte, nell’ultima conferenza stampa, aveva negato la volontà dell’Italia di chiedere aiuto al MES, affermando che avrebbe lottato per l’adozione degli Eurobond che sono chiaramente la soluzione migliore per il nostro paese.

Il 17 aprile è avvenuta la votazione, al Parlamento Europeo, per decidere la linea di aiuti ai paesi colpiti dalla crisi e in cui gli Eurobond sono stati bocciati, con voti contrari anche da diverse fazioni della politica italiana. La soluzione che sembrerebbe più attuabile e che ha raggiunto la maggioranza in sede Europea è quella dei Recovery fund, ossia un fondo per la ricostruzione per finanziare la ripresa economica, tramite l’emissione di obbligazioni – i recovery bond – i cui proventi sarebbero destinati all’assistenza dei Paesi più colpiti dalla pandemia. La differenza tra Recovery e i Eurobond è che questi ultimi sono garantiti dai bilanci nazionali, mentre i Recovery Bond sono garantiti dal bilancio Ue e acquistabili dalla BCE (Banca Centrale Europea). Sarà la Commissione Europea nei prossimi giorni a prendere la decisione definitiva.

Ad ogni modo, tanto il presidente spagnolo Sanchez come il primo ministro italiano Conte, si ritengono non ancora sconfitti nella battaglia sugli Eurobond, invocando lo spirito di solidarietà. Le minacce più grandi arrivano sul fronte economico però, dato che la stessa Spagna e Italia sostengono che un tracollo di questi paesi potrebbe portare l’Europa intera verso la fine.

[Articolo di Irene Falvo]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *